Gioco
Omicido di via Roma, la trappola dell’amante per “incastrare” l’ex parà
Livorno, gli inquirenti durante le indagini hanno fatto credere a Ceci che la vedova avesse assistito al delitto: «Se mi hai visto dovevi vedere che stavo accoltellando»
LIVORNO. È una trappola costruita ad hoc quella in cui - secondo il giudice - è caduto Agostino Ceci, l’ex carabiniere di 64 anni accusato di aver ucciso per gelosia con due coltellate Zviadi Khurtsidze, marito dell’ex amante con la quale aveva rotto da meno di un mese.
La conversazione tra l’ex paracadutista del Tuscania in pensione e la donna, avvenuta nel parcheggio della Questura, è finita nell’ordinanza di custodia cautelare. Ed è considerata uno degli indizi più importanti che hanno portato il pubblico ministero Gianfranco Petralia a chiedere il 6 aprile (e ottenere dodici giorni dopo) l’arresto dell’indagato. In sintesi, la donna uscendo dagli uffici della polizia, incontra, non per caso, l’ex amante che al contrario è andato a firmare una banale notifica.
A questo punto i due si dirigono nell’auto dell’ex parà per parlare, come chiesto dalla donna. È dentro all’abitacolo, dove gli investigatori hanno da tempo piazzato una microspia, che viene registrata la conversazione poi trascritta. «La sera del delitto - dice la vedova - ti ho visto in via Roma». La reazione di Ceci al tranello e alla possibilità che esista una testimone oculare è istintiva: «Allora se mi hai visto - risponde - dovevi vedere che stavo accoltellando tuo marito».
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Secondo il giudice, se Ceci sapesse di essere stato in via Roma quella sera, ma di non essere l’assassino, non avrebbe avuto alcun senso rispondere con quella frase. Una ricostruzione contestata dagli avvocati dell’ex parà, Marco Talini e Francesco Gristina. «Quella del giudice è una interpretazione - fanno notare - noi ne abbiamo un’altra. Mettetevi nei panni di una persona innocente a cui viene fatto un salto a leva, come si dice a Livorno, con l’unico obiettivo di incastrarlo. Bene, a quel punto, Ceci ha reagito in un modo logico: rispondendo che se davvero voleva incastrarlo per l’omicidio del marito, poteva dire tranquillamente di averlo visto mentre lo accoltellava».
Ieri mattina, tra l’altro, in Procura è stata depositata la nomina con la quale la vedova si è ufficialmente costituita parte offesa nell’inchiesta, una mossa che all’eventuale processo potrebbe trasformarla nell’unica parte civile.
I filmati. Negli atti finiti nell’ordinanza ci sono anche diverse fotografie ricavate da alcuni filmati. In sostanza sono due. Il primo risale alla sera del 6 febbraio intorno alle 19,05 quando Zviadi Khurtsidze dal palazzo al numero 326 di via Roma, si dirige in via Ascoli da alcuni amici percorrendo via Zambelli.
Venti secondi dopo il suo passaggio, ecco spuntare nelle registrazioni della caserma della Capitaneria di porto la figura sgranata di un uomo con indosso un giaccone scuro che dopo alcuni minuti torna indietro. Secondo gli investigatori, quello è Agostino Ceci. Per dimostrarlo, nella fase di indagine, l’indagato con una scusa è stato fatto passare di nuovo sullo stesso marciapiede e le due immagini sono state sovrapposte e sottoposte all’attenzione di un esperto.
Il risultato - secondo il perito - è che esiste una compatibilità, anche se è impossibile mettere a confronto le camminate, ma solo effettuare delle compatibilità strutturali, soprattutto legate alla corporatura, tra le figure. «I filmati - ribattono gli avvocati - non ci convincono per niente». Per l’accusa, al contrario sono l’indizio principe per collocare l’ex carabiniere sul luogo del delitto la notte dell’omicidio.
Pc e cellulare a casa. Anche perché, nel caso in cui il processo dimostrasse che Ceci è un assassino, vorrebbe dire che ha premeditato con lucidità il delitto. Il perché lo scrive il giudice nell’ordinanza ricordando come l’ex parà «non abbia portato con sé il telefono cellulare lasciandolo a casa, così evitando di lasciare traccia dei suoi spostamenti, e inoltre abbia lasciato acceso il suo personal computer, così da poter sostenere che esso era in funzione all’ora del delitto e che quindi la sua presenza sul luogo del delitto non era possibile».
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